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    Facciata della Cattedrale

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Palazzo Grillo

Palazzo GrilloNel 1787 la nuova Oppido, dopo il disastro tellurico che atterrò l'antico abitato, stava faticosamente venendo alla luce nel Piano della Tuba ed a poco a poco le originarie baracche in legno cedevano alle prime edificazioni in pietre o mattoni legati dalla calce.   I vari nobilotti attestavano le loro magioni ai lati della grande piazza Mercato o lungo quello ch'era allora l'asse principale, sul quale scorrono oggi le vie Candido Zerbi e Mamerto, che vengono a diversificarsi proprio avanti alla cattedrale. Tra i tanti esponenti di prestigio si metteva in luce don Giuseppe Grillo, di nobile stirpe oriunda da Genova, che al pari degli altri aveva avuto in concessione il terreno per potervi materializzare la nuova sede della famiglia. N'è precisa testimonianza in tante documentazioni. Trovandosi l'area confinante con il sito in cui avrebbero dovuto elevarsi il vescovado ed il seminario, non passò molto tempo che una lite si sviluppò furiosa e portò a gravi conseguenze. I due contendenti, il Grillo e il vescovo, si accusavano vicendevolmente di gravi soprusi ed a lungo un alto muro venne a separarli, tanto che fra di essi rimase un vicolo strettissimo, che tenne sempre celato alla vista il prospetto del primo istituto. Naturalmente, il Grillo ebbe buon gioco dal fatto che nel 1806 mons. Alessandro Tommasini venne trattenuto prigioniero dei Borboni in Sicilia fino al 1815 e che alcuni parenti erano "magna pars" in seno alla chiesa diocesana. Rientrato il Tommasini ad Oppido, com'era prevedibile, la zuffa si riaccese più accanitamente, tanto che si arrivò alla comminazione di un'anatema.
     Nel corso dei tempi si alternarono liti e cause, vittorie e sconfitte, petizioni al comune, all'intendenza e perfino al re, accordi presi e subito dopo stracciati ed ai primi competitori si sostituirono altri presuli ed il figlio del primo Grillo, don Francesco. Finalmente, nel 1859, auspici mons. Francesco Maria Coppola e mons. Giuseppe Maria Grillo, la lunga lite terminò con soddisfazione di tutti ed ognuno, dato che la ragione non stava da una parte, fece le sue brave concessioni. Il muro però restò vigile sentinella fino agli anni '50 del secolo scorso, quando il palazzo entrò a far parte dei beni della diocesi. Negli ultimi anni dell'800 risiedeva ancora nella magione il nipote del primo Grillo, d. Alfonso, facoltoso proprietario, noto per aver contribuito al crac di un banco siciliano ed aver mandato sul lastrico tanti piccoli risparmiatori.
     Il terremoto del 1908 lasciò completamente indenne il palazzo, ma, partiti per altri lidi gli ultimi proprietari, ci pensarono bene a ripulirlo i custodi che si susseguirono ed i monellacci del paese, che ne fecero un campo di battaglia per le loro scorrerìe ed asportarono quanto poteva essere asportato collocandolo nelle loro case, perfino i pavimenti maiolicati, che ancor oggi fanno bella mostra nelle residenze di alcuni cittadini. Vi si collocarono botteghe ed un circolo ricreativo ed in ultimo uno squadrone a cavallo dei carabinieri, ma anche alcune famiglie. Col passare del tempo andò man mano degradandosi fino a ridursi ad un rudere e ad essere nomato quale "palazzaccio".
     In questi ultimi anni si è riusciti a pianificare l'acquisto per il comune e ad ottenere congrui fondi, che hanno permesso il restauro completo del manufatto da valere quale sede di un centro di aggregazione culturale valido ad ospitare musei, biblioteca e sale per convegni, il tutto in armonia con la Soprintendenza Archeologica reggina.


Rocco Liberti


 

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